Regia di James Cameron | Anno 2025 | Durata: 197’
Valutazione pastorale: Consigliabile, problematico, per dibattiti (Commissione Film CEI)
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“Avatar” firmato James Cameron è un racconto fantastico declinato come metafora della nostra contemporaneità scossa da macro-conflitti sempre più minacciosi e da sfide familiari. Un kolossal segnato da suggestivi effetti speciali, ma anche da una vicenda epica trascinante, che rielabora temi e pagine di storia (anche del cinema), riattualizzandoli con fascino e incisività. Il primo capitolo è uscito nel 2009 totalizzando al botteghino oltre 2,9 miliardi di dollari (il più alto incasso nella storia del cinema), il secondo “Avatar. La via dell’acqua” nel 2022 ha superato i 2,3 miliardi di dollari. L’ultimo arrivato, nel dicembre 2025 (e da giugno 2026 su Disney+ e in home-video), è “Avatar. Fuoco e cenere”, targato 20th Century Studios – Disney Company, con Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Kate Winslet.
Pandora, Jake Sully e sua moglie Neytiri vivono con i loro figli Lo’ak, Tuk e Kiri con il Clan dei Metkayina tra le barriere coralline. La perdita del loro figlio maggiore, Neteyam, è ancora bruciante. Della loro famiglia ora fa parte anche l’umano Spider, figlio del colonnello Miles Quaritch, deceduto nell’ultimo scontro e adesso in vita solo come avatar. I Sully incedono con fatica, tra incomprensioni di coppia e ribellioni filiali; ognuno di loro cerca una propria via di risposta al lutto. Quando decidono di spostarsi con il Clan dei Mercanti del Vento vengono assaliti da feroci predatori: i Mangkwan, il cosiddetto “popolo della cenere”, guidato dalla spregiudicata Varang. La situazione si fa ancora più instabile e drammatica quando Verang stringe un accordo con il colonnello Quaritch e la “Gente del Cielo”, gli umani della RDA…
«Un film su una famiglia che riflette su cosa significhi essere in guerra, sul fatto che i ragazzi siano in guerra, sul fatto che i genitori lascino andare i propri figli e abbiano abbastanza fiducia in loro da credere che prenderanno le decisioni giuste. Questo è un tema importante nel film. E per Jake, che ha appena perso un figlio, il suo istinto protettivo si traduce nell’essere un padre quasi tirannico». Cameron traccia una delle linee principali di “Avatar. Fuoco e cenere”, terzo capitolo della sua saga che si muove tra i territori fantastici di Pandora, ma che sa raccontare con efficacia anche il nostro oggi.
Anzitutto il film mostra i limiti e le miserie dell’umano, ovvero un rampantismo senza valori accecato da sete di potere e ambizioni. Uomini disposti a tutto, anche a violare la natura e le sue creature, in generale gli innocenti, pur di ottenere interessi e consolidare guadagni. Torna dunque, insieme al tema della denuncia della corruzione morale-valoriale, anche il bisogno di custodire il creato, la “casa comune”, ricordando le parole di papa Francesco. Conflitti e battaglie che non restano sullo sfondo, ma invadono e lacerano il quotidiano dei protagonisti, la famiglia Sully, e quella della loro nuova comunità. Jake e Neytiri si fanno portavoce della minaccia incombente e provano a chiedere l’aiuto di tutti per fronteggiare i predatori.
Oltre a dinamiche e situazioni che sembrano ricalcare, volontariamente e non, la geopolitica dei conflitti odierni, “Avatar. Fuoco e cenere” restringe il campo dello sguardo su una storia minuta, “ordinaria”, ovvero quella di una famiglia mutilata da un lutto, che è incapace di elaborare il dolore e per tale motivo si sta disgregando, tra silenzi e sensi di colpa. Jake, Neytiri e i loro figli custodiscono la memoria del figlio/fratello scomparso, addossandosi responsabilità e macerandosi ciascuno nel proprio dolore. Tutti soffrono, ma nessuno parla, e tutto ciò attiva comportamenti che innescano ulteriori pericoli.
“Avatar. Fuoco e cenere” è un appassionante e imponente – anche nella durata, 197 minuti – racconto di respiro epico che omaggia il western hollywoodiano classico rivisto e corretto con il fantastico e soprattutto con un vortice di effetti speciali. Sfrondandone però abbellimenti e furbizie, l’ossatura del racconto si direziona su binari classici, rodati, che battono bandiera a “stelle e strisce”. Il film, a ben vedere, perde un po’ dello smalto e pathos poetico del precedente “Avatar. La via dell'acqua”. Si tratta forse di un capitolo di raccordo – ce ne sono altri due in progetto –, che spariglia le carte di Pandora e dell’animo dei protagonisti, che concede troppo all’epico conflitto, rinunciando a compattezza e incisività. È comunque grande cinema quello di James Cameron, saldo al timone di un’opera dall’habitus del colossal-generazionale, in cerca dello stesso Olimpo artistico-spettatoriale di George Lucas con “Guerre stellari”.
Uno degli elementi che ci spinge a considerare il secondo titolo, “Avatar. La via dell’acqua”, il migliore realizzato, è l’articolazione del racconto, che si presenta più completo, stratificato e profondo. Tanti i temi in campo nel copione firmato dallo stesso James Cameron insieme a Rick Jaffa e Amanda Silver. Il film percorre tanto una dimensione macro-narrativa, la valorosa discesa in battaglia riconducibile a modelli letterari (ci possiamo spingere sino ai racconti omerici) e cinematografici come “Braveheart” (1995) o “L’ultimo dei mohicani” (1992), quanto una dimensione micro, intima, segnata da uno scavare introspettivo o da uno scandagliare le relazioni familiari, in primis l’intesa-dissidio padre-figlio.
Cameron disegna una storia potente, complessa, che si muove su più piani; di certo lo sguardo ravvicinato sulla famiglia Sully è centrale, soprattutto la dinamica affettiva-educativa che c’è tra Jake e i due figli (rimando evangelico): il primo Neteyam, il figlio modello, sempre nel perimetro delle regole genitoriali, il secondo Lo’ak, che dà vita al profilo del “diverso”, del ribelle. Sarà proprio lui ad aprire orizzonti problematici ma anche a mettere in campo azioni di grande valore. Nel film si colgono anche gli archetipi della tragedia greca, il complesso di Edipo. Un aspetto che torna non solo tra Jake e il secondogenito Lo’ak, ma anche nella contrapposizione tra il giovane Spider (Jack Champion), un ragazzo umano selvaggio – che recupera il topos del “Libro della giungla” di Rudyard Kipling, il personaggio Mowgli – figlioccio cresciuto con i Sully, costretto a elaborare l’ingombrante peso delle proprie origini, il legame biologico con il padre Miles Quaritch (Stephen Lang), che abita con convinzione la vertigine del Male. Qui c’è tutto “Star Wars”, l’incontro-scontro tra Luke e suo padre Anakin/Darth Vader. Quella frattura, dissidio, tra perdono e vendetta.
Ancora, tramite Lo’ak e Kiri, Cameron esplora il tema del rispetto dell’ambiente e del creato, affidando alla storia un potente messaggio ecologista: è per mano dell’uomo che il mondo è sul crinale dello smarrimento, soprattutto quando si fa predatore di risorse per interesse e profitto. Il regista si serve di suggestioni vibranti, che sembrano oscillare dal “Moby Dick” (1851) di Herman Melville alla “Laudato si’” (2015) di Papa Francesco. Una storia ambientalista, che sconfina in un orizzonte di spiritualità: “Avatar. La via dell’acqua” è costellato infatti da momenti di ricerca interiore, dal rapporto con un “dio creatore”; la famiglia Sully, la comunità indigena tutta, dimostrano fede e rispetto per il dono della vita ricevuto. C’è un ricorrente rimando poi anche alla preghiera, alla supplica, alla gestualità del rosario così come una riflessione sulla morte, al suo significato non solo come perdita, lacerazione dell’esistenza, ma anche come passaggio di senso verso un orizzonte “altro”.